Montemurro: l'arte del graffito, il centro e la circonferenza
di Alessandro Bresolin
Montemurro è un comune in Val d’Agri in provincia di Potenza, all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano. Dal punto di vista architettonico e paesaggistico è molto simile a Lourmarin, il villaggio della Provenza dove Albert Camus andò a vivere nel 1957 cercando di fuggire una Parigi in cui non si sentiva a casa. Lourmarin, arroccata sulle aspre montagne del Luberon, con il suo clima arido, gli ricordava l’Algeria dov’era cresciuto, ma anche la Toscana, la Grecia, insomma, quel paesaggio e quell’umanità mediterranea al quale era visceralmente legato. Oggi Lourmarin è diventato un importante laboratorio di riflessione ed elaborazione sugli studi camusiani, e ogni anno ospita delle giornate internazionali che continuano a mantenere vivo il suo pensiero. Allo stesso modo, nel corso degli ultimi vent’anni Montemurro è diventato un importante laboratorio in un settore del tutto diverso, il graffito polistrato, una particolare forma d’arte locale, e ogni anno ospita delle giornate internazionali di riflessione ed elaborazione che continuano a mantenere viva quest’arte.

Opere degli artisti Vincenzo Rusciano, Vincenzo De Biase e Paolo Puddu
L’ultima settimana di agosto si svolge il “Festival del Graffito polistrato”, e quest’anno, sotto la direzione artistica di Mimmo Longobardi, dal 23 al 31, si svolge la quindicesima edizione, intitolata Quinta umanità. “Aprire visioni di una nuova umanità che, superando le proprie limitazioni, abbracci la solidarietà, la compassione e l’altruismo, sviluppando una maggiore consapevolezza di sé e dell’altro e del proprio impatto sul mondo” è il senso del tema, ben spiegato nel programma stesso del Festival da Mimmo Longobardi e Pasquale Persico. Un evento quindi consigliato a chi, al di là dell’arte, è alla ricerca di un’umanità possibile in un’epoca segnata da guerre, pulizia etnica, rigurgiti fascisti e suprematismo bianco, con il Mediterraneo trasformato in un cimitero.
Arrivo a Montemurro nel tardo pomeriggio di domenica 24 e mi accoglie Rosellina, la figlia della pittrice Maria Padula. Rosellina cammina a fatica, col bastone, ma dimostra comunque un’agilità sorprendente e salendo i gradoni di un vicolo mi spiega la prima cosa da ritenere: l’importanza della presenza in paese della Scuola del Graffito: “Un’esperienza artistica che esiste dal 2011 e che si è consolidata negli anni, nata da un’idea dell’artista Giuseppe Antonello Leone, che dal 2003 ha ripreso l’antica arte del graffito... Il Comune di Montemurro ha creduto nell’idea e ora, a distanza di anni, il paese fruisce di un panorama artistico composto da più di cento opere diffuse nel territorio.” Mentre mangiamo arrivano Ernesto e Vincenzo, due artigiani che vengono dalla Masseria Ferraioli di Afragola, un bene confiscato alla camorra, e che hanno il compito di supportare la lavorazione delle sabbie e delle superfici.

Graffito di Paolo Puddu
La piazza si affolla e conosco Vincenzo Dibiase, che ama definirsi artigiano ma che è limitativo definire solo come tale. La sua personalità e la qualità dei suoi lavori che mi mostra mi sembrano molto alte. Vincenzo è un ex allievo della Scuola del Graffito e vive una sorta di nomadismo esistenziale che esige una soluzione: dopo aver vissuto e accumulato esperienze a Parigi, a Milano, sente la voglia e l’esigenza di ritornare in questa terra, di farla vivere, di aprire un laboratorio qui... senza perdere l’apertura e la connessione con il mondo. Una connessione che passa anche dalla dimensione internazionale di queste giornate: “Qui negli anni oltre a tanti artisti italiani sono venuti messicani, giapponesi, francesi... poi dal 2020 il Covid ha un po’ inceppato questo meccanismo, dobbiamo riuscire a riattivarlo”.
Il viaggio è stato lungo, tortuoso, ma in serata il programma prevede il concerto dei Renanera, un gruppo della zona che rielabora sonorità mediterranee. Impossibile star fermi, la ritmica cancella la mia stanchezza, e la gente mi ricorda che non c’è solo arte in paese ma anche musica: “tutti qui sanno suonare uno o più strumenti”. Mi rendo conto in fretta che la particolarità di Montemurro è la vivacità artistica della sua gente.

Da sinistra Vincenzo Rusciano, Paolo Puddu, Ernesto e Vincenzo (tecnici murari) e De Biase Vincenzo
Lunedì mattino mi sveglio nella sede della Fondazione Appennino, dove alloggio. Un palazzo signorile pieno di storia che ospitava la farmacia del paese da Erminia di Sanzio, che mi spiega il suo lavoro per la salvaguardia e la rivitalizzazione del territorio. In questa vera e propria casa-museo la pittrice e scrittrice Maria Padula ha lasciato molti dei suoi quadri, che Erminia mostra volentieri. Raggiungo Largo Merola, dove i ragazzi della Masseria Ferraioli insieme a Vincenzo Dibiase stanno preparando il cantiere intorno alla casa che sarà graffittata. Quest’anno infatti per la prima volta il cantiere comprende tutta la casa, i graffiti saranno fatti non più a grandi quadri ma a parete intera. Si preparano le sabbie e le malte necessarie tra persone che si capiscono al volo, e che interrompo per farmi spiegare.
“La specificità di questa tecnica – dice Vincenzo – comincia dall’uso di una particolare sabbia della zona. Ne è stata trovata una gran quantità, sotto un primo strato di argilla. In seguito è stata fatta analizzare dal professor Persico dell’Università di Salerno, e si è scoperto che risale a due milioni di anni fa, al Quaternario, quando qui c’era il mare e una spiaggia... È una sabbia giallo ocra che dà una resa diversa sulla tenuta e sui colori. La seconda particolarità è legata al fatto che il graffito è polistrato. Ciò vuol dire che su un primo strato di colore vengono poi stesi i successivi strati di colore, che possono variare da tre a cinque. Su questa superficie gli artisti scavano, incidono, tirano fuori la policromia e il loro disegno.”

Lascio il cantiere e mi perdo per Montemurro. Su molti terrazzi invece dei panni sono stese collane di peperoni rosso vivo infilati come perle. Stanno essiccando al sole per diventare quei “peperoni cruschi” tipici della cucina locale. Il cielo azzurro è quello dei quadri di Maria Padula, e seguo nel dedalo di vicoli i graffiti appesi alle pareti. Non si tratta di graffiti disegnati sui muri, ma di una vera sequenza di veri e propri quadri che tratteggiano e compongono un itinerario artistico che esce dal paese, perché se ne trovano anche salendo le strade più isolate, dove però il panorama diventa incantato. Trascorro il pomeriggio con Rosellina e Carla in biblioteca, dove stanno catalogando una parte dell’archivio della famiglia Leone-Padula. “Dobbiamo liberare tutto entro il primo settembre!”, dice Rosellina preoccupata di non farcela. Gli scatoloni da aprire sono tanti, ma non è che una piccola parte di ciò che c’è ancora a casa. Tra libri, cataloghi, stampe, riviste d’arte, di poesia, di politica e facciamo sera. Giusto il tempo di andare a mangiare peperoni cruschi fritti come fossero popcorn e assistere allo spettacolo in programma, I bambini cattivi non esistono, un monologo dell’attrice Antonella Questa. Lo spettacolo è ispirato al libro Pedagogia nera – fonti storiche nell’educazione civile (Mimesis, 2015), un documentatissimo saggio di Katharina Rutschky, che, analizzando i più importanti trattati pedagogici del Seicento e Settecento fino al Novecento, spiega l’educazione tedesca che ha portato a Goebbels e Hitler. Antonella è bravissima a ricostruire come nascono i bulli, i Trump, i Putin: da infanzie repressive e violente, è dimostrato. I manuali classici prescrivevano che si doveva “inculcare nel bambino il senso dell’autorità togliendogli il senso di volontà in una fase della vita di cui poi non ricorderà nulla”. Quindi una violenza esercitata in tenerissima età che verrà perpetrata dal bambino diventato adulto. Perché la violenza subita la sfogherà, certo, diventerà cattivo, anche se in realtà i bambini cattivi non esistono.
Dopo lo spettacolo ci fermiamo a bere qualcosa e a discutere in piazza. Intorno a noi, una marea di bambini scorazzano, giocano e gridano spensierati, felicemente ignari di quanto abbiamo appena ascoltato.

Martedì mattina il cielo è coperto e al cantiere in Largo Merola dicono che sarebbe l’ideale per avere un risultato ottimale, ma ben presto torna il sole. I ragazzi della Masseria Ferraioli sono specializzati in tecniche di bioedilizia e stanno dando una mano di calce a tutto l’esterno. “La calce ha proprietà isolanti e disinfettanti naturali – mi spiega Ernesto – assorbe l’acqua dalle pareti e impedisce ai batteri e alle muffe di diffondersi”. Dopo la calce verrà la malta con la sabbia, e poi gli strati di colore. Vincenzo Dibiase lavora in modo instancabile su e giù per l’impalcatura. Lo sento, comincia a sentire la responsabilità, per diversi motivi, ed è comprensibile: qui tutti si aspettano molto da lui, è il punto di riferimento in paese, dal punto di vista organizzativo, operativo, per i rapporti con gli artisti che arriveranno domani, ma soprattutto perché a sua volta è un artista con un suo graffito da fare... Raggiungo nuovamente la biblioteca, dove l’apertura degli scatoloni prosegue senza sosta. Procediamo mattina e pomeriggio e poi mi sdoppio, tra gli archivi, il cantiere e il bar. Sì, il bar, il luogo dove secondo me si tasta davvero il polso dell’umanità del paese, dove si mischiano giovani e vecchi, carpentieri artigiani artisti boscaioli e paesani, o migranti, o i figli, i nipoti, i pronipoti da Melbourne, dalla Francia, dalla Germania o dall’Italia del nord. Il senso di comunità è forte come quello di apertura e l’ospitalità è un valore spontaneo. Gente a cui non manca la parola. Quando si parla di vivacità artistica vuol dire anche questo. Non c’è niente di folkloristico in quello che si fa e si dice qui, tutto è autentico, si tratta di arte viva che viene da una tradizione, da uno stile di vita resistito al trascorrere del tempo fino ad oggi. Uno stile di vita accogliente, aperto, che traspare dai sorrisi e dagli sguardi delle persone che incontro.
Mercoledì in biblioteca gli scatoloni sono accatastati e vuoti, i libri sono al loro posto sugli scaffali e Rosellina è contenta. Concentrato sul presente che sto vivendo, mi rendo conto che rischio di perdermi alcuni aspetti che rendono interessante Montemurro. Visito la Fondazione Sinisgalli, legata alla figura di Leonardo Sinisgalli, che scopro essere personalità di spicco della cultura, dell’arte e della letteratura italiana: poeta, scrittore, saggista e critico d’arte, amico tra gli altri di Enrico Fermi, Quasimodo e Alfonso Gatto.

Giovedì mattina il cantiere è in fermento. Arrivano in ordine sparso altri artisti, Anna Faraone, Vincenzo Rusciano e Paolo Puddu. Si discute sull’opera di Vincenzo Rusciano, Cum grano salis, e su quella di Paolo Puddu, Let’s pretend we speak the same language. Ai piedi della casa da graffittare, tra un panino e un caffè si scambiano opinioni, si immaginano progettualità ed emerge una problematica che covava dall’inizio: la Scuola del Graffito per il primo anno non ha una sede! È stata demolita per dei problemi strutturali e bisogna trovare una soluzione. Tutti confidano nell’amministrazione, che si è sempre dimostrata partecipe e consapevole dell’importanza della scuola. Gli spazi a Montemurro certo non mancano. Vincenzo Dibiase ci porta in un quartiere con una piazzetta semi-abbandonata dove c’è l’idea di costruire un piccolo teatro, e in effetti è un luogo ideale dove poter fare tante cose. Ma i lavori al cantiere riprendono, bisogna stendere gli strati di colore. Accarezzo la soffice sabbia preistorica prima che venga mischiata e penso che è giusto diventi graffito, e che forse il nostro futuro sta proprio in un rapporto fecondo con il nostro essere rupestri.

Graffito di Vincenzo De Biase
Nel pomeriggio arrivano i curatori Pasquale Persico e Mimmo Longobardi per l’assemblea pubblica che aprirà ufficialmente l’evento, ma anche con il sindaco, con il quale si studia una soluzione al problema della sede, e Francesco Tarlano, direttore del Museo archeologico di Grumentum, a pochi chilometri da qui. Il sindaco Senatro Di Leo rassicura il pubblico sulla questione della sede della Scuola. La discussione sulle aree interne e periferiche, sulle loro problematiche, mette in luce i nervi scoperti: la difficoltà dei trasporti e la carenza di servizi e strutture sanitarie sono due fattori che spingono la gente ad andar via. Bisogna invertire questa prospettiva. “Grumentum – ricorda Tarlano – era uno snodo cruciale nell’antichità e già prima dei romani era in contatto con l’India e la Grecia, ma anche con l’Europa del nord e i paesi scandinavi”. In effetti abitando tra questi paesi della Val d’Agri, da Grumento a Montemurro, si ha la sensazione di tanti centri aperti, non di tanti luoghi isolati, dalle potenzialità enormi. Qui c’è un’agricoltura rigogliosa, si produce formaggio, olio, vino, c’è una tradizione artigianale, e la vivacità culturale e artistica della gente. Mi rendo conto perciò che riuscire a vivere in questi posti non è solo una questione esistenziale, ma anche politica. Ripenso così al celebre motto di Proudhon, che in realtà aveva fatto suo un aforisma di Pascal: “Il centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Pascal si riferiva a una questione esistenziale, Proudhon ne dava un’interpretazione politica. Montemurro riassume in sé le due chiavi di lettura.
In copertina graffito di Vincenzo Rusciano
